El Mudo Vázquez: «Voglio portare in Serie A la Cremonese»

by Alessandro Lunari

Di racconti sul potrero argentino la storia del calcio ne è piena. Campi sterrati, porte e palloni di fortuna. Il sogno della Primera División prima, e dell’Europa poi. L’arco della carriera di Franco Vázquez è simile a quello di migliaia di argentini e sudamericani innamoratisi de la pelota. Già, ‘la pelota al diez’. La palla al dieci. Da quelle parti, un comandamento. Franco è cresciuto così, fa parte di una generazione di calciatori che sta scomparendo: tecnica, estro, visione, la predilezione per il bello – mai fine a se stesso – anziché del veloce e del fisico. Corre la palla. Eccome: «Quando ho cominciato a giocare, c’era ancora il 10 classico. Oggi non si gioca più così, ma c’è gente più veloce e di gamba».

 

«La B non è un campionato che si può fare con la sigaretta, noi l’abbiamo capito subito»

Franco ha davanti i 360 – questa è la speranza – minuti più importanti della stagione. Sogna insieme a tutta Cremona. Prima il Catanzaro, poi si vedrà. Martedì 21 maggio giocherà la semifinale d’andata del playoff di Serie BKT, sabato 25 il ritorno. Il verdetto lo darà il campo, lo stesso su cui Franco ha visto sfumare la promozione con il Parma giusto un anno fa. Cambia la squadra, ma non la missione: si punta alla Serie A.

Sarebbe il coronamento di una lunghissima rincorsa: «Abbiamo cominciato un po’ sottotono, ma la stagione è stata molto buona. Con il cambio di allenatore ­– a settembre l’esonero di Ballardini per far spazio a Stroppa – siamo ripartiti fino al 2° posto. Peccato aver rallentato nelle ultime due in casa contro Feralpisalò e Ternana, abbiamo perso un po’ il passo. Ma ora i playoff sono un altro campionato». Già, Franco lo sa bene. Così come tutta la Cremonese, retrocessa l’anno scorso dalla Serie A, ma già con l’obiettivo e la possibilità di ritornarci.

«È difficile ripartire quando una squadra retrocede: non è così scontato ricostruire tutto subito. All’inizio abbiamo sbagliato tutti: dallo staff ai calciatori. Bisogna subito adattarsi al nuovo campionato. Con Stroppa, poi, è cambiata l’aria… e anche la nostra testa. In questo campionato non va sottovalutato nessuno: questa è la chiave fondamentale. In generale, quando uno gioca in Serie A e scende in B, all’inizio può pensare: ‘Ho già fatto la A, qui gioco con la sigaretta’. Ma no, non è così. Anzi, credo che per certi versi la Serie BKT sia ancor più difficile perché il gap fra le squadre è minore. Lo stesso errore c’è stato inizialmente a Parma. Devi abituarti ai campi diversi, varia tutto. Non puoi pensare: ‘Ciò che ho fatto in A di sicuro mi riesce in B’. No, altro errore. Ed è stato un peccato perché a fine campionato abbiamo guardato la classifica pensando: ‘Ecco, ci mancano i punti di quelle partite iniziali’». Nulla è perso, anzi: c’è tutto da guadagnare. «So che non mi resta molto nel calcio: voglio portare la Cremonese in Serie A. Se lo meritano tutti per come lavorano e per come ci trattano. E ce la meritiamo anche, dopo il campionato che abbiamo fatto».

 

Fra asado e cucina italiana: «In realtà io ero il ‘Mudito’»

La carriera di Franco Vázquez abbraccia perfettamente le sue origini. Un mix fra Italia e Argentina. Il calcio era la tradizione in comune: «Da piccolo avevo sempre il pallone con me. Giocavo con i miei due fratelli maggiori. Non avevamo un giardino molto grande e così giocavamo quasi sempre in casa. Mia madre si arrabbiava spessissimo perché le rompevamo tutto. A volte ci buttava fuori, così andavamo a giocare in giro per la città».

Franco cresce fra la passione del calcio, ereditata da suo padre e dai fratelli, e l’italiano parlato a casa: «Mia mamma è di Padova, mentre mia nonna di un paesino vicino Varese. Ricordo che quando ero piccolo parlavano sempre italiano fra di loro. Anche la cucina era sempre italiana, ma la domenica no: asado, per forza. Mio padre verso le 11 di mattina iniziava ad accendere la brace, mentre io guardavo la ‘Giostra del Gol’ sulla Serie A. Restavo incollato alla tv per ore per vedere Kaká al Milan, era appena arrivato ma era già fortissimo, il mio preferito». Con lui, i due fratelli: «Erano molto forti anche loro, ma non sono mai diventati professionisti. Io ho avuto la ‘fortuna’ di non essere molto bravo a scuola, a differenza loro. Così mio padre un giorno mi ha detto: ‘Franco, sappi che o provi a fare il calciatore o vieni a lavorare con me’. Lui si occupa ancora della cartellonistica di Cordoba. Ma è il più appassionato di tutti: voleva essere un calciatore e io credo di aver realizzato semplicemente quello che era il suo sogno».

La carriera di Franco inizia nella squadra della sua città: «Ho cominciato a giocare al Barrio Parque, insieme ai miei fratelli. Uno di loro era più ‘mudo’ di me: anzi, in realtà era proprio lui il Mudo dalle nostre parti, mentre io solo ‘mudito’. Era ancor più timido e chiuso di me. Ho preso il suo soprannome solo quando mi sono trasferito al Belgrano». Ci arriveremo. Da piccolo, Franco con il Barrio Parque viene in Italia per un torneo, lì si innamora del nostro Paese, lo stesso di tutta la sua famiglia materna. Per lui è un sogno, punta a quello. Ma prima deve realizzare un’altra missione.


Com’era? «Piange anche il Tucumano Pereyra»…

Prima di iniziare il suo viaggio in Italia, Franco gioca con il Belgrano, una squadra importante di Córdoba. Nel 2010/11, a 22 anni, è uno dei punti fermi della rosa destinata a scrivere una pagina di storia. Ci arriveremo. Se amate il calcio e avete dimestichezza con i social queste parole non possono non suscitarvi qualcosa: «Il River Plate è in Serie B per la prima volta nella sua storia. Piange anche il Tucumano Pereyra». Uno spezzone di telecronaca di Stefano Borghi, divenuta celebre su YouTube e non solo, nel momento più basso di uno dei club più importanti d’Argentina, il River Plate e la sua prima retrocessione in Primera B Nacional.

A causarla il Belgrano: sì, ‘El Mudo’ Vázquez era in campo in quella partita con la 10 sulle spalle, consapevole di aver scritto una pagina di storia in Argentina ma non tanto da arrivare in Italia: «Non sapevo fosse diventato così famoso come momento anche in Italia. Quando ho scoperto che avremmo incontrato il River Plate, ho pensato: ‘Ok bene, siamo morti’. È una delle squadre più grandi insieme al Boca e soprattutto non era mai retrocesso. Al fischio finale ero troppo felice anche se, a dire il vero, mi dispiaceva per il River: vederlo andare in B, per la B, era un momento di incredibile tristezza per tutti loro. Siamo rimasti 3-4 ore chiusi negli spogliatoi del Monumental dopo la partita perché fuori c’erano scontri fra tifosi e polizia».

 

Le due facce del Mudo a Palermo… con la Joya

Dopo l’impresa con il suo Belgrano, Franco ha la possibilità di trasferirsi in Italia. Su di lui, il Palermo di Zamparini: «A quel tempo non avevo ancora un procuratore, così il Belgrano aveva chiamato mio padre: ‘Il Palermo vuole Franco’. Io avevo appena giocato la partita contro il River centrando la promozione e ricordo di aver subito risposto: ‘A Palermo ci vado, ma voglio restare 6 mesi in Argentina per giocare in Primera Division col Belgrano’. Conoscevo il Palermo, sapevo che era una piazza importante perché guardavo sempre la Serie A: c’erano Pastore, Cavani, era una squadra importante. Ma il Belgrano veniva prima. All’inizio mi hanno detto di no, volevano chiudere l’affare subito: ‘Va bene, lo capisco, ma allora non vengo’. Alla fine hanno trovato l’accordo: ‘Ok, ti lasciamo 6 mesi lì’. Ero troppo felice: realizzavo due sogni in un colpo solo».

A gennaio 2012 Vázquez arriva in Italia. Nel girone di ritorno inizia a raccogliere qualche presenza senza troppi sussulti, così in estate c’è l’opportunità di andare in prestito al Rayo Vallecano ne LaLiga: «È stato un momento molto duro, non ero felice. Ho avuto paura di dover tornare in Argentina. Volevo giocare in Serie A, ma a Palermo non ne avevo la possibilità. Poi ho accettato il prestito, convinto di poter fare bene e dimostrare al Palermo che non si erano sbagliati a comprarmi».

Dopo un anno in Spagna, Franco torna convinto di poter dimostrare il proprio valore con il Palermo che intanto è retrocesso in B: «Ho fatto tutto il ritiro con Gattuso, ma a due giorni dalla chiusura del mercato, mi hanno messo fuori lista. Stavo impazzendo: ‘Torno in Argentina, basta. Io voglio giocare’. I compagni e lo staff mi hanno convinto a rimanere: ‘Franco resta, a gennaio possono riaprire le liste’. Mi allenavo con la squadra, facevo di tutto ma non potevo giocare. Poi Gattuso è stato esonerato ed è arrivato Iachini che per prima cosa a gennaio mi ha messo in lista». Già, Beppe Iachini lo stesso che ha avuto poi a Parma, l’allenatore con cui Franco gioca di più. Accanto a lui, un’altra figura importante, Enzo Maresca: «A gennaio è arrivato anche Enzo e abbiamo subito legato. Mi chiedeva: ‘Ma perché uno come te non gioca?’. E io: ‘Non lo so, sono stato fuori lista tutta la prima parte della stagione. Spero di iniziare ora’. E lui: ‘Ma come? Sei il più forte della squadra, tu devi giocare’». E infatti Franco entra e non esce più dal campo segnando anche il gol con cui il 3 maggio 2014 il Palermo torna in Serie A battendo il Novara.

Nel frattempo, a Palermo era arrivato anche un altro argentino: Paulo Dybala, anche lui di Córdoba, come il ‘Mudo’. Non del Belgrano però, ma dell’Instituto. Affare da 13 milioni di euro. Con Franco è amore a prima vista: «Paulo era molto giovane quando è arrivato in Italia, ma si è visto subito che avesse colpi incredibili. Lui faceva la prima punta e io giocavo dietro. Mi sono divertito tantissimo con lui, facevamo giocate pazzesche: senza guardare, sapevo già dove trovarlo. È stato il più forte con cui ho giocato. La nostra amicizia andava oltre il campo: siamo entrambi di Córdoba e con lui a Palermo c’era anche sua madre: ogni occasione era buona per trovarsi, anche con i miei genitori quando venivano. Se si giocava il sabato o la domenica, il giorno dopo che era libero facevamo l’asado tutti insieme. Era una tradizione».

 

Il gol salvezza per il Palermo e un nuovo capitolo: Siviglia

Nel 2015/16 Franco è ormai una certezza per il Palermo, che invece saluta Dybala volato a Torino dalla Juventus. Il nuovo partner d’attacco diventa Alberto Gilardino. Insieme i due riescono a centrare una salvezza insperata per i rosanero all’ultima giornata: «Ricordo tutto di quella partita: segniamo io, Maresca e Gilardino. Era destino. Quell’anno abbiamo vissuto momenti bruttissimi, il gol salvezza fu una felicità incredibile: fare gol all’ultima giornata al Barbera dopo quegli anni, non potevo chiedere altro». Il Palermo si salva all’ultima giornata battendo 3-2 l’Hellas Verona e ottenendo 3 vittorie nelle ultime 6 partite della stagione. Capolavoro di Ballardini. Per il Mudo è l’ultima gioia in rosanero: «A Palermo ho trovato il calore di casa. Quando sono tornato da ex, mi hanno sempre accolto benissimo. Ogni volta ho rivissuto tutto ciò che ho fatto in quello stadio». Brividi.

In estate passa al Siviglia. Dalla lotta retrocessione alla Champions League: «Non mi sarei mai immaginato di tornare in Spagna. Sentivo tante voci su top club italiani, credevo di rimanere in Italia. Ma dopo tanti anni solo in Serie B e A, ho avuto l’opportunità di giocare la Champions League e l’ho colta. Fare un passo così importante non è stato facile: dovevo dimostrare di poter stare a quel livello. Sentivo la pressione. Anche a Siviglia sono stato benissimo: è una città piccolina, ma con due squadre importanti. E lì si sente davvero troppo il calcio, soprattutto la lotta contro Real Madrid e Barcellona». Franco si presenta benissimo: gol in Supercoppa Europea all’esordio, ma a vincere sono proprio i Blancos per 3-2: «Quella partita è un rimpianto che avrò per sempre: eravamo 2-1 al 95’, poi ha segnato Sergio Ramos e ai supplementari ci hanno battuto. È stata una vera batosta. Fare gol all’esordio e vincere il mio primo trofeo sarebbe stato un sogno». Perderà anche la Supercoppa di Spagna contro il Barcellona dopo poche settimane, ma Vázquez gioca con continuità grazie a Jorge Sampaoli, argentino anche lui: «Mi ha dimostrato di volermi davvero. Quando sono arrivato a Siviglia, era come se fossi tornato in Argentina perché tutto il suo staff veniva da lì. Voleva un calcio molto offensivo, ricordo che diceva sempre: ‘Tutti avanti, attacchiamo, forza!’ anche contro Real Madrid o Barcellona».

In 5 anni al Siviglia Franco gioca con più o meno continuità: tutto dipende dagli allenatori che di volta in volta si susseguono. Da Montella a Machin e Lopetegui. Gioca 198 partite con 26 gol e 19 assist. Tante presenze in Champions ed Europa League, ma anche – purtroppo – 4 finali perse fra Supercoppe spagnole, europee e Copa del Rey: «Se potessi, vorrei rigiocare la finale di Copa del Rey contro il Barcellona. Abbiamo perso 5-0 nell’ultima partita di Iniesta. Ma quel Barça era davvero troppo forte». Prima di andar via, però, si toglie la soddisfazione di vincere l’Europa League contro l’Inter. Ci arriveremo. Nel 2021 va in scadenza e prima di tornare in Italia, stavolta a Parma, il club e il ds Monchi gli organizzano una conferenza stampa d’addio da brividi: «Sono crollato. Ero molto felice per i miei 5 anni, a volte ho fatto bene, altre meno, ma ho sempre dato tutto me stesso. Il Siviglia è stata la squadra più importante della mia carriera. Mi sono divertito tantissimo perché la squadra è sempre stata molto forte, nonostante si cambiasse spesso. Il più forte? Nasri o Banega».

 

L’Italia di Conte e quella personalissima rivincita contro l’Inter

Delle origini italiane del Mudo abbiamo parlato ad inizio intervista. Nonostante le ottime stagioni a Palermo, la chiamata dell’Albiceleste non arriva mai e per questo nel 2015 Franco coglie la possibilità di vestire la maglia azzurra dell’Italia con Antonio Conte: «Quando mi ha chiamato, ci ho pensato molto. Avevo 25 anni e fino a quel momento non ero mai stato preso in considerazione dalla Nazionale. Ho parlato con il CT argentino per capire se ci fossero problemi ma lui: ‘Vai senza problemi. Qui abbiamo davvero troppi giocatori da chiamare. E poi a una nazionale come quella italiana non puoi dire di no’. Così ho accettato, senza pensarci due volte». Con l’Italia Vázquez debutta nell’amichevole contro l’Inghilterra del 31 marzo 2015. Un’altra presenza e poi nulla, neanche Euro2016: «Credevo di aver fatto bene con il Palermo in A, ma purtroppo non sono andato agli Europei. Sono scelte, per carità. Poi quando sono andato in Spagna, nonostante la Champions e le tante presenze, non mi hanno più chiamato. Non so perché. Quando ho incontrato Buffon al Parma, anche lui me lo ha chiesto: ‘Perché non sei più venuto in Nazionale?’. E io: ‘A dire il vero non lo so neanch’io». Per questo quando Sampaoli diventa CT dell’Argentina e lo chiama con l’Albiceleste, El Mudo cambia ancora – come concesso dal regolamento.

La sua personalissima rivincita “contro” Conte la ottiene qualche anno dopo: «Finalmente dopo le finali perse, abbiamo vinto l’Europa League contro l’Inter di Conte. È stato il mio primo trofeo. Venivamo da un periodo difficile, quello del Covid, mi sarebbe piaciuto festeggiare con tutti i tifosi. Il Siviglia ha l’Europa League nel sangue ma arrivare in finale e trovarsi l’Inter non era cosa da poco. Sapevo che quella fosse una delle mie ultime occasioni per vincere qualcosa. Mancava poco per andar via e volevo farlo con un trofeo». Finisce 3-2 e il Siviglia festeggia la 6a Europa League della sua storia.

 

Al Mudo si vuole bene per forza

Oltre alle magie in campo, c’è stata un’altra costante nella carriera del Mudo: l’affetto della gente. In ogni squadra in cui è stato, ha lasciato un bel ricordo. E tutte le dimostrazioni d’affetto dei tifosi ne sono la prova: «Non so se sia facile affezionarsi a Franco. Io ho avuto la fortuna di giocare in piazza sempre molto calde. Credo che per un calciatore non ci sia cosa migliore, al momento dell’addio, dell’affetto della gente. Spesso mi fermano e mi ricordano non solo per quello che ho fatto in campo, anzi spesso per com’ero fuori. E questo credo sia la cosa più importante». Sempre un po’ timido, silenzioso. Con il tempo è cresciuto, ma ha sempre preferito far parlare i piedi e il pallone. Le magie sono state tante: «Il gol più bello? Il pallonetto con il Palermo contro l’Atalanta. O il gol con il Parma contro il Monza. Mi viene tutto naturale, vedo il portiere fuori e ci provo». Come nel potrero da bambino.